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Ecoincentivi Authos: un’occasione per tutto il settore automotive

Ecoincentivi Authos:

un’occasione per tutto il settore automotive

Ecoincentivi, un’opportunità per tutti. Gruppi automobilistici, marche, concessionarie e utenti. Il 26 luglio il governo ha approvato il decreto “Sostegni-bis”, che prevede uno stanziamento di 350 milioni di euro sottoforma di ecobonus per il settore automotive. Una cifra inferiore rispetto alle precedenti erogazioni dell’estate 2020 (550 milioni di euro) e dell’inverno 2021 (420 milioni). Ma comunque di vitale importanza per ossigenare tutte le componenti del mercato delle quattro ruote: produttori, venditori e acquirenti. Perché si fanno ancora sentire le conseguenze della pandemia.

Secondo i dati dell’UNRAE (Unione Rappresentanti Automotive Estero) pubblicati dal mensile “Quattroruote”, le immatricolazioni dei veicoli in Italia del primo semestre di quest’anno hanno accusato una perdita del 18,3% rispetto a quelle registrate nello stesso arco temporale del 2019, cioè l’ultimo riferimento “pre-Covid”.

Per cui, se è evidente e anche prevedibile una crescita rispetto ai primi sei mesi del 2020 (+ 51,4%), siamo ancora distanti da una completa guarigione del settore. Anche perché minato da altre problematiche. Come la chiusura di alcuni stabilimenti a causa della rimozione del blocco dei licenziamenti.

A fronte di tutto ciò è indispensabile che l’universo dell’auto benefici del sostegno governativo. Anche stavolta comunque sbilanciato verso la rottamazione, la prima immatricolazione e la green mobility.

Chi nelle prossime settimane comprerà un’auto nuova e totalmente elettrica (emissioni da 0 a 20 g/km di CO2) o ibrida plug-in (emissioni da 21 a 60g/km di CO2) dal valore massimale di 50.000 euro (Iva esclusa), cedendo indietro la sua vecchia a patto che sia immatricolata entro il 31/12/2010, fruirà di contributi, rispettivamente, di 8.000 e 4.500 euro.

Mentre chi acquisterà una vettura della terza fascia (emissioni da 61 a 135 g/km di CO2) dal valore di 40.000 euro (Iva esclusa), composta da alimentazioni ibride, a benzina e bifuel, beneficerà di uno sconto di 1.500 euro.

Tutt’altro approccio invece da parte di Authos. Anche in questa occasione, come nelle precedenti, le nostre offerte non lasciano per strada nessuno. E abbracciano l’usato, la non rottamazione (se si è in possesso di un veicolo immatricolato dopo il 1°gennaio 2011) o l’acquisto di un veicolo fino a 60 g di CO2, e i veicoli commerciali. Un ventaglio di opzioni forte di sconti di gran lunga maggiori rispetto a quelli statali.

Per le vetture nuove si va infatti dai 21.550 euro di bonus (“con” o “senza” rottamazione) della Ford Explorer ai 6.650 euro (con rottamazione), o 5.750 euro (senza rottamazione), della Ford Puma. Mentre per i veicoli commerciali ci si muove tra un risparmio di 19.300 euro (“con” rottamazione) per il Ford Transit Van Hybrid e i 5.600 euro (“senza” rottamazione) per il Ford

L’eterno fascino di Silverstone, la culla della Formula-1

L’eterno fascino di Silverstone, 

la culla della Formula-1

Un evergreen dal fascino immortale. Dove storia e velocità si fondono in un’atmosfera magica e adrenalinica al punto che sembra di stare in un luogo fuori dal tempo. Questo e molto altro è Silverstone, uno dei circuiti simbolo delle corse e soprattutto della Formula-1.

Perché fu proprio qui, nel profondo delle campagne del Northamptonshire, centrotrenta chilometri a nord-ovest di Londra e le sole tonalità del verde come colori, che si corse il primo gran premio valido per il campionato del mondo. Era il 13 maggio 1950, un sabato. Vinse un italiano, Giuseppe Farina, su una vettura italiana, l’Alfa Romeo, a oltre 150 km/h di media. Un’ode alla velocità – la sua “158” sprigionava 350 CV contro i 995 CV della Mercedes di oggi – composta su quattro rettifili ricavati da una base della RAF (la compagnia aerea britannica) durante la seconda guerra mondiale e accordati da otto curve destinate a un posto nella memoria di tutti gli appassionati: la Copse, la tris Maggots-Becketts-Chapel che permetteva di arrivare veloci sull’Hangar Straight, che a sua volta conduceva alla Stowe. Poi Club e Abbey, da percorrere senza respiro se si voleva fare il tempo, prima della variante Woodcote, che immetteva su un traguardo insolito visto che era in curva

Roba da cuori forti e piedi pesanti. Tanto che qui Keke Rosberg (Williams) stabilì il record di velocità per una pole-position, rimasto imbattuto per diciassette anni: 259,005 km/h. Era il 1985 e fu l’ultimo giro per il Silverstone delle origini.

Negli anni a seguire, per ragioni di sicurezza, il tracciato andò incontro a profonde modifiche che lo hanno rallentato nella percorrenza, aumentando le curve a diciotto e la distanza da 4.719 a 5.891 metri. Spostata, dopo la Club, anche la partenza. Almeno per la Formula-1. Perché le categorie minori e il motomondiale continuano a scattare dal via tradizionale. Le profonde trasformazioni non hanno però intaccato l’alta competitività di questa pista, cartina tornasole per misurare la bontà di una monoposto perché richiede un ottimo connubio tra potenza e aerodinamica insieme a un’efficace gestione delle gomme. Per cui chi va bene da queste parti, è solito togliersi molte soddisfazioni nel resto della stagione.

Organizzatore dell’evento è da sempre il RAC (Royal Automobile Club), autore anche della speciale coppa in oro (3kg per 64 cm) dal valore di 100.000 sterline per il vincitore, che dal 1963 elesse il tracciato a sede del Gran Premio di Gran Bretagna per gli anni dispari, alternandolo fino al 1986 con un altro santuario del brivido, Brands-Hatch. Poi “l’area boscosa”, secondo una traduzione del nome dall’inglese antico, è diventata tappa fissa del calendario iridato, tanto da essere al terzo posto come edizioni (56) dietro a Monza e Monte-Carlo. E raccontare la sua storia equivale a narrare una parte della storia della Formula-1.

Silverstone ha battezzato la prima pole-position e la prima vittoria della Ferrari (1951) e della Williams (1979), nell’occasione motorizzata Ford, nella

Authos e lead generation: dove niente è lasciato al caso

Authos e lead generation:

dove niente è lasciato al caso

“Il lead è l’ultima goccia di acqua nel deserto”. Così Francesco Di Ciommo, presidente e CEO di Ford Authos, ha definito la lead generation. Vale a dire il cuore pulsante del nostro modello di business, che ha preso il via proprio col suo insediamento ai vertici dell’azienda nel 2014 e che nel corso di questi anni si è rivelato una scelta vincente.

Se la capacità di generare contatti interessati al prodotto di riferimento è una delle strategie più diffuse nel mondo dell’impresa, è anche vero che ciascuna realtà la sviluppa secondo una propria filosofia. Quella di Authos è la felice combinazione di umano e digitale, dove niente è lasciato al caso. A cominciare dall’utente, che viene sempre seguito e gestito dall’inizio, cioè da quando chiede informazioni su un modello di vettura o manifesta interesse verso una nostra iniziativa attraverso i social network, alla fine, ovvero quando acquista il mezzo più congeniale alle sue esigenze.

Un processo intenso e reso possibile dall’impegno senza sosta di tre microcosmi dell’universo Authos: il BI (Business Intelligence), il BDC (Business Development Center) e il DM (Digital Marketing). Il primo, dove sono impiegate tre persone, ha il compito di raccogliere il lead. E lo fa con una strategia mirata a ottenere un ingaggio molto qualificato. All’utente, oltre ai dati anagrafici e i recapiti per essere contattato (numero di telefono e posta elettronica), viene chiesto il tipo di auto che possiede, la marca, il modello, l’anno e il numero di chilometri. Tutte informazioni funzionali a capire i suoi bisogni e a quale sia il tipo di offerta più congeniale per soddisfarli.

A questo punto entra in gioco il BDC, che con le sue risorse (al momento vi lavorano in quattordici) ha la missione di trasformare i contatti acquisiti in appuntamenti, fisici o telefonici, con uno dei cinquanta consulenti per la trattativa di acquisto. Se questa dovesse chiudersi, il lead verrà inserito in un database e verrà contattato per le azioni del post-vendita, come il tagliando o la revisione. Se invece la trattativa non dovesse concretizzarsi, il lead sarà collocato in un’altra banca dati e continuerà a ricevere offerte in base alle informazioni date al BI.

Componente determinante per il successo di questo modello di business è il digitale. Fin dalle prime battute la lead generation di Authos ha smesso di vagare nelle terre della comunicazione cartacea per spostarsi verso la nuova frontiera telematica: il web e, in particolare, i social network. Una scelta vantaggiosa innanzitutto sul piano economico, perché gli investimenti sono molto più bassi e, al tempo stesso, molto più potenti.

Un messaggio veicolato con un post su Facebook, o Instagram, i social network dove Authos è più attiva, raggiungono molte più persone rispetto allo stesso contenuto veicolato su una pagina di giornale. Il traffico virtuale è dunque centrale nel processo di lead generation e in tal senso è determinante il lavoro dell’ufficio marketing con

Authos a 18 anni: il mio punto di vista

Authos a 18 anni:

il punto di vista di Martina

‘Ciao sono Martina, ho diciotto anni e frequento il quarto anno del liceo scientifico. Grazie al progetto alternanza scuola-lavoro ho avuto la possibilità di entrare nel team Authos, una delle aziende del settore automotive più importanti del territorio piemontese. Ho scelto quest’impresa anche perché è stata completamente rinnovata e a partire dal 2014, con l’arrivo del nuovo presidente, l’azienda ha deciso di guardare al futuro assumendo numerosi ragazzi giovani e implementando un processo di digitalizzazione.

Durante la prima settimana di tirocinio, ho avuto modo di conoscere meglio i dipartimenti dell’azienda, iniziando da quello del marketing.  E’ qui che si cura la comunicazione interna ed esterna, viene gestito un budget dedicato alle campagne di advertising e definita la programmazione social media e del sito web.

Nei giorni in cui ho fatto affiancamento, stava avvenendo il lancio del nuovo canale ufficiale TikTok e sono rimasta particolarmente colpita dalla cura e del tempo necessari per realizzare ogni contenuto.

Successivamente sono passata al reparto BI (Business Intelligence), in cui si procede all’analisi dei dati che arrivano dai vari canali in cui l’azienda è presente. Ho imparato a utilizzare le tabelle pivot su Excel per realizzare i report mensili relativi alle vendite e anche a usare i programmi per inviare gli SMS promozionali.

In seguito ho visitato le sedi di Authos presenti sul territorio, restando qualche ora in più allo Smart Lab di Grugliasco, un concessionario all’interno del centro commerciale Le Gru, inaugurato nel 2017 e rinnovato pochi mesi fa. Qui ho affiancato i Lead Generator, figure professionali che si occupano della raccolta dei riferimenti e dei contatti delle persone interessate a una vettura o ad un servizio che l’azienda propone. Durante il periodo di formazione in questa sede, era presente una nuova vettura, la Mustang Mach-E. Un’auto che rappresenta un’enorme innovazione nel mondo Ford, poiché primo SUV della linea Mustang, ed unica Ford totalmente elettrica.

Per concludere il periodo di formazione sono passata infine al Business Development Center, detto anche BDC. I ragazzi che lavorano qui si occupano dei lead, cioè i contatti, e di soddisfare le loro richieste. Il compito principale è gestire le chiamate in ingresso e in uscita, fissare appuntamenti, rispondere a email ed sms.

Dopo aver terminato queste prime due settimane sono giunta alla conclusione che quest’azienda riassume perfettamente il concetto di ‘catena di montaggio’ introdotto da Henry Ford nel ‘900: ogni parte è specializzata in una mansione, ma nessuna di esse può esistere senza le altre e tutti i settori sono tra loro interconnessi.

L’esperienza che sto vivendo mi sta facendo capire che il mondo del lavoro oggi è fortemente meritocratico e di conseguenza è necessario impegnarsi sempre al massimo in tutto ciò che si fa per raggiugere gli obbiettivi prefissati. Mi auguro, tra qualche anno, di ritrovarmi a lavorare in una realtà fortemente stimolante e innovativa, in grado come quest’azienda, di accendere in me la curiosità e la voglia di imparare e lavorare duramente’.

Dal dispositivo anti-abbandono al tipo di seggiolino: tutto quello che serve per una vacanza in regola

Dal dispositivo anti-abbandono al tipo di seggiolino:

tutto quello che serve per una vacanza in regola.

Bimbi a bordo, si parte! Arriva l’estate, finiscono le scuole e ritorna il tempo delle vacanze. Anche per le famiglie che nelle prossime settimane, per interrompere lo stress del lavoro e delle limitazioni imposte dalla pandemia, si concederanno un periodo di meritato riposo al mare o in montagna. E una parte di loro, quelle con bambini di età non superiore ai dodici anni, dovranno assicurarsi di essere in regola con i seggiolini per il trasporto dei loro figli.

A cominciare dalla presenza su di essi del dispositivo anti-abbandono. Una misura obbligatoria dal 7 novembre 2019, quando sulla Gazzetta Ufficiale è stata pubblicata la legge n. 117, approvata dal Parlamento dopo un iter non certo in discesa e più comunemente conosciuta come “legge Salva Bebè”. In base a essa i seggiolini adibiti al trasporto di minori di età pari o inferiore ai quattro anni devono essere dotati di un dispositivo sonoro, pronto a entrare in azione e richiamare l’attenzione del genitore qualora abbia dimenticato la sua creatura all’interno dell’abitacolo.

Questo provvedimento si è reso necessario a fronte del sempre più crescente numero di episodi di questo tipo, alcuni dei quali purtroppo sfociati in tragedia. Soltanto nel 2019 ci furono ben nove casi in tutta Italia, in pratica tre ogni quattro mesi. Per chi sarà sorpreso non essere a norma, previste pesanti sanzioni. Sul piano economico da 81 a 326 euro di multa, mentre su quello disciplinare si decurteranno cinque punti dalla patente, che potrà essere ritirata da un minimo di quindici a un massimo di sessanta giorni qualora l’infrazione venga commessa più volte nell’arco di un biennio.

Questa novità rappresenta l’ultimo miglioramento relativo al trasporto dei bambini in auto.  Un tema già regolamentato a dovere dall’articolo 172 del Codice della Strada, che fissa a dodici anni il limite d’età per l’uso obbligatorio del seggiolino in auto. A questo parametro si aggiunge quello dell’altezza, che deve essere uguale o inferiore ai 150 centimetri. Qualora quest’ultima sia superata prima del fattore anagrafico, sarà più che sufficiente che il minore in questione allacci le cinture di sicurezza per viaggiare. In alternativa, se non dovesse aver superato la soglia dell’altezza dopo l’età massima, si consiglia l’inserimento di un rialzo sul sedile.

Viene quindi ora da chiedersi se dalla culla alla pre-adolescenza sia più che sufficiente un solo modello di seggiolino per trasportare un bambino. La risposta è negativa. Assecondando quanto già suggerito dalla logica, una normativa europea, la UNECE R44/04, ha stabilito cinque gruppi di seggiolini. Discriminante per differenziarne la tipologia, il peso del piccolo.

Si comincia col “Gruppo 0”, le cosiddette navicelle, adibite a neonati fino ai 10 kg, da adagiare parallelamente al sedile posteriore, dunque trasversalmente rispetto al senso di marcia. In senso contrario a quello di guida devono invece essere sistemati gli ovetti, vale a dire i seggiolini del “Gruppo 0+”, appartenenti a bambini che non

La pioniera dell’automobile inventrice dello specchietto: Dorothy Levitt

La pioniera dell’automobile inventrice dello specchietto: 

Dorothy Levitt

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” si domandava la matrigna di Biancaneve mentre era intenta a rimirare il suo volto davanti a uno specchio per dar sollievo alla sua vanità. Era il 1812 e la fiaba dei fratelli Grimm iniziava a diffondersi in Europa, raggiungendo in breve tempo una notorietà inalterata fino ai giorni nostri. A rimanerne conquistata, qualche decennio più tardi, anche una bambina inglese che, divenuta adulta, sull’onda di quelle parole ebbe un’idea che avrebbe avuto un successo epocale: lo specchietto retrovisore.

Lei si chiamava Dorothy Elizabeth Levitt e merita un ritratto nella galleria delle donne che hanno fatto la storia dell’automobile. Come June Mc Carroll, l’inventrice della linea di mezzeria, della quale vi avevamo già parlato.

Perché lo specchietto retrovisore è un elemento fondamentale per la guida in quanto sinonimo di sicurezza. Attraverso le immagini che ci propone nell’abitacolo, è possibile conoscere in tempo reale, mentre siamo al volante, che cosa sta accadendo alle nostre spalle e capire quando sia il momento giusto per prendere una decisione, come un sorpasso o l’uscita in retromarcia da un parcheggio, senza mettere a repentaglio l’incolumità nostra e degli altri automobilisti.

Certo, la sempre più massiccia tecnologizzazione delle vetture, si pensi per esempio alla telecamera posteriore, oggi facilita oltremodo questo tipo di operazioni. Però, per almeno un secolo, l’unico prezioso alleato del guidatore era questo piccolo vetro rettangolare che alla sua inventrice balenò nella mente nel 1909, durante la stesura del suo The Woman and the Car: a chatty little handbook for all women who motor or who want to motor (“La donna e l’automobile: un libricino ciarliero per tutte le donne che sono motorizzate o che vogliono esserlo”), nel quale espose consigli e suggerimenti per le donne che ambivano a cimentarsi da sole alla guida. E in qualche modo la vanagloria della matrigna di Biancaneve ebbe il suo peso. Perché mentre teorizzava che “Una donna al volante non dovrebbe mai fare a meno di un piccolo specchietto per guardarsi alle spalle, la Levitt pensava allo specchietto da trucco che portava sempre con sé, anche quando era col piede sull’acceleratore, per assicurarsi la perenne impeccabilità del suo maquillage.

Ma nella sua invenzione ci fu molto più che vanità. Perché fino a quel momento Dorothy Levitt aveva maturato un’esperienza sterminata con le automobili al punto da essere considerata una pioniera del settore e soprattutto dell’emancipazione femminile, se si pensa come all’inizio del Novecento la società fosse governata da pregiudizi e disparità secondo le quali la guida, oltre che per i più abbienti, era un’esclusiva maschile. Lei ebbe il merito di rompere questi schemi grazie alla sua passione alla sua determinazione.

Nata il 5 gennaio 1882 nel quartiere londinese di Hackney, Dorothy Levitt proveniva da una famiglia facoltosa di origine ebraica, impegnata nel commercio del tè e dei gioielli. La scintilla per i motori scoppiò all’inizio del secolo

Un’altra ragione per scegliere l’elettrico? La manutenzione

Un’altra ragione per scegliere l’elettrico?

La manutenzione

Dovete scegliere la vostra prossima auto, ma siete indecisi? L’elettrico vi incuriosisce però temete di rimpiangere il rombo del vostro motore a quattro tempi?

Bene. Pensate allora per un attimo a quando porterete il vostro futuro acquisto in officina. Perché la manutenzione di una vettura a batterie è meno complessa e soprattutto meno costosa rispetto a quella per una ad alimentazione tradizionale.

Già perché non si fermano dunque a una maggior tutela dell’ambiente, tra riduzioni dell’inquinamento acustico e abbassamento delle emissioni di CO2, o alle agevolazioni in materia di viabilità cittadina, accesso alle ztl e parcheggio gratuito, i vantaggi della mobilità sostenibile. Ma abbracciano anche una sfera di grande importanza per ogni tipo di veicolo: quella del mantenimento della sua piena efficienza.

Al pari di tutti i beni di consumo anche l’automobile è soggetta all’usura. Del tempo e degli sforzi. Un suo prolungato utilizzo può inoltre renderla più esposta a eventuali problematiche che possono condizionarne il funzionamento se non portarla, in alcuni casi, a vere e proprie rotture. Così, come per un atleta è previsto il costante monitoraggio del suo stato di salute per garantire prestazioni di livello, anche per la nostra fedele compagna di viaggio è obbligatorio il check-up. Non certo in uno studio medico bensì in officina.

Dove per le vetture elettriche una tappa come il tagliando, da effettuare ogni 20-30.000 chilometri o una volta all’anno se le percorrenze sono di gran lunga inferiori, si rivela particolarmente vantaggiosa rispetto alle cugine spinte da propulsori termici. Sia come tempistica che come spesa.

Questo accade perché proprio la presenza delle batterie non rende più necessaria una serie di operazioni come la sostituzione del filtro dell’olio, del filtro dell’aria, delle candele, degli iniettori e del liquido refrigerante che evita il surriscaldamento del motore.

I meccanici dovranno così verificare la salute della batteria a 12 volt e di quella a ioni di litio, cuore pulsante dell’energia della vettura. La prima si sostituisce ogni tre-quattro tagliandi, la seconda ogni otto. Insieme alle due fonti di carica sarà controllato anche il filtro abitacolo, gli pneumatici e le pastiglie dei freni, il cui consumo è però inferiore rispetto a quello di una macchina tradizionale grazie al recupero dell’energia in fase di decelerazione che evita arresti bruschi. Prima di mettere mano al veicolo sarò però fondamentale metterlo in sicurezza, scollegando l’impianto elettrico per isolare la corrente.

Per realizzare questo tipo di interventi è fondamentale avvalersi di figure professionali competenti in materia. A oggi, considerando che la mobilità ecologica non è ancora decollata, il loro numero è ancora basso. Ma in un futuro a breve-medio termine è destinato a crescere.

Dai tempi d’intervento ai costi. Sempre all’insegna del guadagno. Da un’indagine condotta dal sito internet SicurAuto.it è stato calcolato infatti che il tagliando di un’auto elettrica nei primi sei anni garantisce un risparmio del 75% per la manutenzione rispetto a quello per

Un nuovo ruolo della domanda e del cliente: così cambia l’automotive

Un nuovo ruolo della domanda e del cliente:

così cambia l’automotive

“Nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole” teorizzò Albert Einstein. Una frase quanto mai attuale per il settore dell’automotive, tra i più colpiti dalla crisi economica dovuta alla pandemia da Covid-19 e al centro di un processo di trasformazione decisivo per il suo futuro. Perché se vorrà mantenere competitività, il mondo delle quattro ruote dovrà attuare cambiamenti significativi per quanto riguarda il ruolo della domanda e quello del cliente.

Due componenti fondamentali, integrate fra loro, con la prima che al giorno di oggi ha radicalmente modificato le sue sembianze. Perché non più reale, ma virtuale. Il web ha ormai un’importanza centrale nella vita di ciascuno di noi, basti pensare soltanto alla prenotazione di una visita medica o di un esame universitario, effettuabili dal nostro pc o dal nostro smartphone mentre fino a poco più di dieci anni fa erano possibili soltanto in presenza.

Questo nuovo stile di vita, fondato sul digitale e sulla connettività, si è esteso anche ad altri settori del quotidiano, come il commercio che si è sempre più spostato sulla Rete. Una tendenza che ha ricevuto un forte impulso la scorsa primavera con il dilagare del coronavirus tanto che, secondo uno studio dell’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano, nel 2020 le vendite online sono aumentate del 26% per una stima di guadagni superiore ai 22,7 miliardi di euro.

Ma il web non è soltanto un luogo dove si acquista bensì anche il serbatoio primario dove si cercano e si prendono informazioni su ciò che ci interessa acquistare. Azioni che per l’automotive al momento incontrano perlopiù insoddisfazione, perché l’offerta di mobilità non è ancora adeguata all’altezza della domanda. Una criticità che a questo punto chiama in causa l’altro attore di questo processo di trasformazione: il cliente.

Le sue esigenze di mobilità sono aumentate, è diventato un protagonista del processo di acquisto e necessita di un’offerta ampia e vasta che possa soddisfarlo. Un upgrade che chiama il dealer a uno step di crescita con la messa a punto di un nuovo modello di business dove proprio il cliente assume centralità e dove è prevista un’offerta strutturata sul digitale e che sia in grado di fornirgli servizi plurimi e connettività. In una parola, qualità.

Per riuscire in questo intento, occorre anche una nuova strategia interna all’azienda. Sempre fondata sul digitale, che con un ottimo lavoro di lead sappia intercettare le esigenze del cliente e convertirle in un’adeguata risposta di servizi. Altrettanto fondamentale, dunque, sempre nei processi interni, la creazione di un database e di una community, perché consentono d’individuare le abitudini attuali dei consumatori e definire anche l’ecosistema di servizi di cui possono aver bisogno.

Ma perché questa trasformazione si possa compiere, è determinante un cambiamento di mentalità anche da parte di chi fa impresa. Deve prendere coscienza che i tempi sono in evoluzione e che per rimanere competitivi occorre il coraggio

Se a guidare sono gli animali: sei storie ai confini dell’incredibile

Se a guidare sono gli animali:

sei storie ai confini dell’incredibile

Di solito siamo noi a trasportare loro, nei nostri spostamenti o nei nostri viaggi. Ma talvolta può succedere anche il contrario, cioè che siano loro a ritrovarsi al comando dei nostri veicoli per storie che hanno dell’incredibile. E non potrebbe essere altrimenti. Perché quando mai capita di vedere un animale al volante di un’automobile? Forse giusto sul grande schermo insieme a figli o nipoti. Basti pensare a Napoleone e La Fayette, i due cani de “Gli Aristogatti” in sella a un sidecar nelle campagne della Parigi dell’Ottocento, oppure a Pongo, il cane milionario.

Quello che succede nella finzione però può accadere anche nella realtà e alle più svariate latitudini, come raccontano alcune notizie degli ultimi anni. A fare da palcoscenico a molte di loro, gli Stati Uniti. Sia sulla East che sulla West Coast. Nel novembre 2019 a Port St. Lucie, cittadina della Florida a poche miglia dall’Oceano Atlantico, un labrador di grosse dimensioni era stato dimenticato in auto dal suo padrone. Forse perché preda della noia e desideroso di sgranchirsi le zampe, l’animale a un certo punto ha iniziato a muoversi all’interno dell’abitacolo, finendo per azionare inavvertitamente la leva del cambio e innestare la retromarcia.

Il mezzo ha così incominciato a indietreggiare, disegnando ripetute traiettorie circolari finché non ha interrotto la sua corsa contro una cassetta delle lettere e alcuni bidoni dell’immondizia situati nei pressi. Soltanto un grosso spavento per le persone che si sono ritrovate ad assistere alla scena e anche per l’incolpevole felino, che nell’impatto non ha riportato alcuna ferita.

A essere invece protagonista dall’altra parte del Paese, poche settimane dopo, un orso. In California, a King Beach, minuscolo centro abitato sulle rive del Lago Tahoe, il massiccio mammifero si è avvicinato a una vettura parcheggiata, aprendone la portiera per poi sedersi al posto di guida. La famiglia proprietaria del veicolo ha assistito alla scena dalla finestra della sua abitazione e poi è intervenuta con molta sveltezza per far sì che l’insolito passeggero togliesse il disturbo e riprendesse la via dei boschi.

Una scena simile era successa nell’estate del 2018 anche in Colorado. A Castle Pines, località ai margini di un’estesa area boschiva, un orso è salito a bordo di una macchina senza la sicurezza inserita perché attratto dal cibo al suo interno. Necessario l’intervento della polizia per farlo uscire e ripristinare la normalità, anche se l’inaspettata visita ha costretto i proprietari a dover rifare i sedili, letteralmente devastati dal passaggio dell’animale.

E se questi due episodi ci ricordano l’importanza di chiudere sempre la nostra vettura quando non la stiamo utilizzando, un altro ci rammenta che i nostri amici a quattro zampe possono essere soltanto passeggeri.

Nello stato di Washington, ai confini del Canada, durante il lockdown della primavera 2020 un poliziotto è stato costretto a un faticoso inseguimento lungo la Washington State Patrol, dove un’automobile stava procedendo a folle velocità dopo aver

Servizi online: dove viaggia il futuro dell’automotive

Servizi online: dove viaggia il futuro dell’automotive

“Se non si cambia come mentalità, inutile pretendere il cambiamento economico”. Pensieri e parole di Francesco Di Ciommo, presidente e CEO di Ford Authos, nel suo intervento di ieri mattina ad “Ascoltare il mercato per far crescere il business”.

Organizzato da PwC Italia con la collaborazione di KPI6 e la media partnership di Citynews, l’evento era dedicato alle aziende. E alla loro comprensione dei mercati, alla conoscenza delle opinioni dei consumatori e al loro posizionamento nell’industry di riferimento rispetto ai competitors attraverso il “Social Innovation Observatory”.

Temi attuali più che mai in questo periodo storico, vittima del Covid-19 e delle sue pesanti ripercussioni sull’economia mondiale. La crisi si è fatta sentire per molti settori, a cominciare dall’automotive, chiamato ora a un profondo rinnovamento delle sue logiche.

Ne è convinto, ma già da prima del coronavirus, anche Di Ciommo. Nel suo intervento ha spiegato come al giorno d’oggi sia fondamentale, per un’impresa, la capacità di interpretare il cambiamento dei tempi. Per individuare nuove soluzioni di business che le permettano di rimanere competitiva sul mercato. Ma anche assicurare prospettiva ai suoi dipendenti e diventare un punto di riferimento per i consumatori del suo settore. A patto di sposare una premessa: sapersi mettere in discussione. “Bisogna avere l’umiltà di cambiare” dice “perché oggi la domanda è totalmente diversa. Per la verità, lo era già prima del Covid, che non ha fatto altro che accelerare un processo in corso da tempo. Ovvero che c’è più richiesta e più engagement virtual che fisico. Il pubblico chiede più connettività anche in termini di mobilità, perché ha necessità di ottimizzare il tempo per raggiungere le proprie esperienze”.

Questo cambiamento di approccio al mercato, dove l’online ha il sopravvento sul reale, è parallelo anche a un’altra trasformazione. Quella del concetto di mobilità. “Dall’acquisto dell’auto inteso come bene di proprietà” – prosegue Di Ciommo “si è passati a una maggior diffusione dell’utilizzo della macchina quando se ne ha bisogno. E questo sia nel car sharing che nel noleggio a lungo termine. Cioè le soluzioni preferite per soddisfare questo tipo di esigenza”.

Questo servizio è stato uno dei due punti di partenza della nostra storia dal gennaio del 2014 in poi. Quando Di Ciommo assunse la guida di Authos, trovandosi alle prese con una situazione critica dove era in atto la ristrutturazione del debito presso le banche.

L’altro è stato invece un nuovo modo di fare comunicazione. Non più cartacea, ma digitale. “Noi siamo andati sui social network piuttosto che sui giornali, canale tradizionale per le campagne promozionali che però costa 3.000 euro e non raggiunge nessuno. Diversamente da un post per il quale spendo 30 euro e mi permette di raggiungere 60.000 persone, andando a guardare anche un altro elemento. Tutti reagivano a questo tipo di comunicazione, che abbiamo deciso di fare in due modalità: quantity e quality”.

Da una parte è stata sviluppata una notevole

Acquisti online e mobilità elettrica: ad “Automotive & Mobility” ci sarà anche Authos

Acquisti online e mobilità elettrica:

ad “Automotive & Mobility” ci sarà anche Authos

Il 28 maggio, a partire dalle ore 10:50, PwC Italia, in collaborazione con KPI6, Euromedia Research e la media partnership di Citynews, presenta l'”Automotive & Mobility Observatory“, un approccio innovativo per analizzare i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori rispetto alle diverse modalità di trasporto, l’evoluzione della propensione all’acquisto e di modalità alternative di utilizzo e acquisto del veicolo, per supportare le organizzazioni nello sviluppo di nuove strategie commerciali e di lead generation per il mondo automotive.

Francesco Di Ciommo, Presidente e CEO di Ford Authos S.p.a., interverrà parlando del ruolo sempre più critico che stanno assumendo le attività di analisi e monitoraggio delle abitudini dei consumatori e dei nuovi trend sui social e sul web, ma anche degli investimenti necessari a formare le persone che tutti i giorni si occupano di estrarre valore da queste preziose informazioni.

Durante l’evento verranno approfonditi e commentati con la dottoressa Alessandra Ghisleri, Direttrice di “Euromedia Research”, e gli esperti del settore di PwC Francesco Papi, “Automotive Leader PwC Strategy&”, e Paolo Guglielminetti, “Global Railways and Roads Leader PwC Italia”, i principali risultati emersi dall’osservatorio: l’impatto della pandemia sulla propensione all’acquisto dei consumatori e le nuove forme di utilizzo dell’auto alternative all’acquisto, il crescente interesse dei consumatori per la mobilità elettrica e la propensione all’utilizzo dei canali digitali per il settore automotive.

La pandemia ha avuto un impatto negativo sul sentiment nei confronti del mondo delle quattro ruote e gli italiani sembrano preferire modalità di utilizzo del veicolo alternative all’acquisto, che garantiscono maggiore flessibilità e costi più ridotti. Nonostante questo, le auto elettriche si confermano l’hot topic del momento per i consumatori, rivelando una maggiore propensione all’acquisto. Cresce anche l’interesse verso l’acquisto di auto online e verso i canali e i servizi digitali, quali per esempio la consulenza virtuale per configurare e/o visionare la vettura da remoto e i servizi di test drive at home. Si parlerà anche di mobilità e dell’impatto sulla fiducia delle persone dovuto ai recenti cambiamenti sociali.

Segui l’evento per scoprire di più: https://www.meetpwc.it/event/automotive&mobility

Monte-Carlo: la corsa dal fascino unico regno dei motori Ford

Monte-Carlo: la corsa dal fascino unico regno dei motori Ford

Monte-Carlo: le origini

È chiamato il “gran premio lotteria”, la “gara roulette” o il “circuito salotto”. Ma la definizione migliore per il tracciato di Monte-Carlo, teatro domenica prossima del Gran Premio di Monaco, è racchiusa in un aggettivo: unico. Per la sua storia e per il suo fascino, che lo rendono un simbolo senza eguali del motorsport.

Anche se quasi sempre presente nel calendario del campionato di Formula-1, le sue origini risalgono al 1929. Quando la volontà di Anthony Noghès, commerciante di tabacchi e presidente dell’Automobile Club di Monaco, prese forma con la prima edizione di questa corsa di velocità su strade adibite alla viabilità ordinaria. Un menu del tutto inedito rispetto alle sfide che già all’epoca si disputavano negli autodromi (Monza, Indianapolis), ma che Monte-Carlo ha saputo riproporre con inalterata bontà fino ai giorni nostri. E che è alla base del suo straordinario successo. Perché tutti vogliono esserci, a Monte-Carlo. Sportivi, attori, cantanti, manager, modelle, etc. Certo, merito della sua cornice – mare, mondanità, lusso – ma soprattutto delle sue caratteristiche, introvabili nel resto del mondo.

Monte-Carlo: il circuito

Qui gli spazi sono stretti e i rettilinei troppo corti. Tanto che a rendere famoso il circuito sono le sue curve. Alcune per la loro difficoltà, quasi tutte per i loro nomi. Quella del “Casinò“, un “destra-sinistra” in prossimità del noto “Casinò di Montecarlo”, è determinante per fare il tempo in qualifica e anticipa quella più lenta di tutta la F1, la “Fairmont Hairpin”. Meglio conosciuta come curva della “Vecchia Stazione” perché sede fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso della stazione del Principato, è un tornantino da meno di 60 km/h dove il volante della vettura viene girato di oltre 180°. Poco più avanti, dopo il “Portier” figlio dell’ingresso dell’albergo situato nei pressi, un’altra esclusiva di tutto il campionato: il “Tunnel“.

Anch’esso in piega, vede le monoposto sfrecciare sotto i grattacieli a oltre 280 km/h per dirigersi verso il “Tabaccaio“, secca svolta cieca a sinistra altrettanto cruciale per assicurarsi un buon posto sulla griglia di partenza e per misurare lo spessore del pilota. Le “Piscine” e la “Louis Chiron“, intitolata all’unico pilota monegasco vincitore della manifestazione (1931), precedono la “Rascasse“, dal nome dell’omonimo locale lì costruito a inizio anni Settanta che obbligò gli organizzatori a ridisegnare la lenta curva del “Gasometro”, e la “Anthony Noghès“, che immette sul traguardo dove l’ideatore dell’evento è nuovamente presente. Come su ogni altra pista. Perché si deve a lui l’invenzione della bandiera a scacchi, pensata mentre giocava a dama e cercava una soluzione per comunicare l’arrivo ai piloti evitando fraintendimenti.

Monte-Carlo: le curiosità

In un dedalo simile è pressoché impossibile sorpassare. Soprattutto sull’asciutto, anche se ogni tanto qualcuno ci riesce. Come Gilles Villeneuve, che fu il primo ad ammaestrare questo serpente d’asfalto con un motore turbocompresso. Nel 1981, a quattro giri dalla conclusione, infilò la sua Ferrari tra il guard-rail e la fiancata della Williams